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Non costituisce demansionamento, ai sensi dell'art. 2103 c.c. la conservazione delle mansioni non dirigenziali proprie dell'addetto all'ufficio legale di una banca, con la sola perdita del potere di firma degli atti di gestione dei rapporti giuridici sostanziali, dovuta all'inserimento dell'azienda bancaria in altra di più ampie dimensioni.

Nel caso di specie, il Tribunale adito aveva in primo grado accolto la domanda proposta dal lavoratore nei confronti delle banche e condannato di conseguenza le predette al risarcimento dei danni professionali e morali per accertato demansionamento in pregiudizio del ricorrente.

A seguito di impugnazione principale dei predetti istituti di credito ed incidentale del lavoratore, la corte del merito aveva respinto l'appello incidentale ed accolto quello principale rigettando la domanda del lavoratore per mancanza di prova sui danni lamentati. Impugnata per cassazione la pronuncia da entrambe le parti, la Corte ha accolto l'unico motivo di ricorso incidentale proposto dalle società datrici di lavoro, fondato sul diniego dell'avvenuto demansionamento, cassando e decidendo nel merito la lite, con relativo assorbimento del ricorso principale del lavoratore incentrato sia sulla omessa pronunzia in merito alla sua domanda volta alla condanna della parte datoriale alla sua reintegrazione nelle mansioni originarie, sia sugli asseriti danni da demansionamento.

Deve ritenersi pacifico, osserva la Cassazione in conformità ai numerosi precedenti in tema, che il sindacato del giudice sull'atto imprenditoriale di esercizio del potere discrezionale di variare il contenuto della prestazione dovuta dal lavoratore non è sindacabile sotto il profilo dell'opportunità poiché la valutazione delle esigenze aziendali è riservata all'apprezzamento del titolare dell'impresa. Il giudice deve perciò bilanciare il potere dell'imprenditore di perseguire il profitto attraverso un'organizzazione aziendale produttiva ed efficiente ed il diritto del lavoratore a non subire una vessatoria sottrazione di mansioni, tale da impoverire il suo patrimonio di conoscenze professionali o da mortificarlo e così da portare anche ad una violazione del principio di buona fede di cui all'art. 1375 c.c.

Da tutto ciò discende, prosegue la decisione, che non è sufficiente a violare l'art. 2103 c.c. ossia non dà luogo ad illecito contrattuale, qualsiasi sottrazione di singoli compiti, nell'ambito della qualifica professionale di appartenenza, che non alteri i tratti essenziali delle competenze raggiunte dal prestatore di lavoro.

Specialmente nel momento in cui esigenze organizzative e produttive inducano mutamenti soggettivi nella titolarità del rapporto di lavoro, con incorporazioni o fusioni societarie, oppure con cessioni d'azienda o di singoli rami, è frequente che nelle categorie e qualifiche più alte, nelle quali l'attribuzione delle mansioni più facilmente sia basa sull'intuitus personae, si possono avere diminuzioni di compiti e responsabilità, non gratificanti ma neppure contrastabili in sede giudiziaria, onde non frustrare, operazioni economiche, legittimamente perseguite nell'esercizio del potere di gestire l'impresa e, se occorra, conclude la Corte, di risanarla in tutto o in parte.

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on 04 Dicembre 2015
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Avvocato Simona Russo Bergamo

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