Reati tributari: Sequestrabili i beni del commercialista per l'evasione fiscale del cliente. Cass. Pen., Sez. III, 16 giugno 2015, n. 24967

in Diritto
15. 06. 30
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Reati tributari: Sequestrabili i beni del commercialista per l'evasione fiscale del cliente. Cass. Pen., Sez. III, 16 giugno 2015, n. 24967

Se il commercialista compila la dichiarazione dei redditi e tiene sistematicamente in modo illegale la contabilità del contribuente accusato di dichiarazione dei redditi infedele ex art. 4D.Lgs. n. 74 del 2000, rischia il sequestro dei suoi beni personali. A stabilirlo è la Corte di cassazione, che, con la sentenza in commento, ha respinto il ricorso di un professionista che è stato ritenuto concorrente, a titolo di istigazione, delle violazioni tributarie imputabili al contribuente nell'interesse del quale espletava gli adempimenti fiscali.

Se il commercialista compila la dichiarazione dei redditi e tiene sistematicamente in modo illegale la contabilità del contribuente accusato di dichiarazione dei redditi infedele ex art. 4D.Lgs. n. 74 del 2000, rischia il sequestro dei suoi beni personali. A stabilirlo è la Corte di cassazione, che, con la sentenza in commento, ha respinto il ricorso di un professionista che è stato ritenuto concorrente, a titolo di istigazione, delle violazioni tributarie imputabili al contribuente nell'interesse del quale espletava gli adempimenti fiscali.

A stabilirlo è la Corte di cassazione, che, con la sentenza in commento, ha respinto il ricorso di un professionista che è stato ritenuto concorrente, a titolo di istigazione, delle violazioni tributarie imputabili al contribuente nell'interesse del quale espletava gli adempimenti fiscali.

Per il pieno coinvolgimento del commercialista, il tribunale del riesame aveva disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, delle somme presenti sui conti correnti bancari, delle partecipazioni societarie, dei beni mobili registrati e dei beni immobili per un importo superiore al milione di euro.

In particolare, il professionista era stato chiamato a rispondere del reato tributario per avere, nella sua qualità di "tenutario delle scritture contabili dell'impresa e incaricato della redazione e trasmissione delle dichiarazioni dei redditi, prestato la propria opera "in continuativa difformità rispetto ai suoi doveri professionali ed omettendo, poi, ogni adempimento utile per ripristinare la legalità, pur avendo continuato per lungo tempo ad assistere professionalmente il suo cliente".

La condotta professionale del commercialista, rendeva configurabile una responsabilità a titolo concorsuale per le violazioni tributarie che, evidentemente, erano state consapevolmente pianificate e attuate.

Tale soluzione è coerente con i principi generali in tema di responsabilità plurisoggettiva, in base ai quali il contributo concorsuale assume rilevanza non solo quando abbia efficacia causale, ponendosi come condizione dell'evento lesivo, ma anche quando assuma la forma di un contributo agevolatore, e cioè quando il reato, senza la condotta di agevolazione, sarebbe ugualmente commesso, ma con maggiori incertezze di riuscita o difficoltà: ne deriva che, a tal fine, è sufficiente che la condotta di partecipazione si manifesti in un comportamento esteriore idoneo ad arrecare un contributo apprezzabile alla commissione del reato, mediante il rafforzamento del proposito criminoso o l'agevolazione dell'opera degli altri concorrenti e che il partecipe, per effetto della sua condotta, idonea a facilitarne l'esecuzione, abbia aumentato la possibilità della produzione del reato, poiché in forza del rapporto associativo diventano sue anche le condotte degli altri concorrenti (CCass. Pen., Sez. VI, Sent., 22 maggio 2012, n. 36818, dep. 25 settembre 2012, Rv. 253347).

Non è stata ritenuta fondata l'eccezione difensiva del commercialista di non aver tratto in proprio alcuna utilità e di non aver conseguito nessun profitto dalla attività illecita, che doveva essere imputabile esclusivamente al cliente: nel caso di specie il mancato versamento delle imposte avrebbe determinato un "risparmio di spesa" a esclusivo vantaggio della società riconducibile al legale rappresentante (concorrente nel reato), con il risultato di dover necessariamente aggredire in via diretta solo i beni dell'ente e non "per equivalente" quelli delle persone fisiche.

A questa obiezione, i giudici replicano osservando che "il concorso di persone nel reato implica l'imputazione dell'intera azione delittuosa e dell'effetto conseguente in capo a ciascun concorrente e il sequestro non è collegato all'arricchimento personale di ciascuno dei correi, bensì alla corresponsabilità di tutti nella commissione dell'illecito (Cass. Pen., Sez. II, Sent.  22 dicembre 2006, n. 10838, dep. 14 marzo 2007, Rv. 235832).

La Suprema Corte ribadisce inoltre che la misura reale del sequestro di beni può pesare contestualmente o indifferentemente sui beni di ciascuno dei correi, tenendo presente che il valore del patrimonio sequestrato non può complessivamente eccedere il valore del prezzo o il profitto del reato, perché il sequestro preventivo non deve mai essere più ampio della eventuale e futura confisca (Cass. Pen., Sez. VI, Sent., 22 maggio 2014, n. 34566, dep. 6 agosto 2014, Rv. 260815).

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